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La nostra quest

Bio

A cura di Roberto Pisano

Ma questa è un’altra storia

Le immagini cambiano posto. Passano dai fogli ai cassetti, dai computer alle piattaforme online, dai libri alle case di chi li ha portati a una fiera per farsi fare una dedica. Alcune restano a portata di mano per anni, altre scompaiono proprio quando pensavamo di poterle ritrovare in qualsiasi momento.

Ricostruire trent’anni di lavoro di Jacopo Camagni significa anche seguire queste tracce. Non esiste un unico archivio da consultare, né una cronologia capace di contenere tutto. Esistono impronte, oggetti, file, testimonianze e ricordi. La nostra quest nasce dal tentativo di metterli in relazione.

Ci sono molti modi per raccontare la storia di un artista. Si può seguire la cronologia delle pubblicazioni, ricostruire le collaborazioni, elencare le mostre, i libri, le tavole, le copertine. Si può raccontare una carriera attraverso i suoi traguardi, le occasioni che l’hanno cambiata, le porte che si sono aperte. Vogliamo ritrovare le sue opere, certo, ma anche ricostruire le relazioni che le tengono insieme, seguire le trasformazioni del suo segno, riconoscere le domande che lo hanno accompagnato. Come si è costruita la sua poetica, dove si nascondeva quando ancora non sapevamo darle un nome, in quali forme è riemersa nel tempo. E vogliamo farlo senza separare il lavoro dalla persona che lo ha prodotto, perché nel caso di Jacopo questa distinzione rischierebbe di lasciare fuori proprio una parte essenziale della sua storia.

Siamo amici, siamo famiglia, persone che hanno condiviso con lui pezzi di vita e che oggi si ritrovano a occuparsi della sua opera. Portiamo con noi ricordi diversi, prospettive differenti, ricordiamo conversazioni, riconosciamo intuizioni e ossessioni. Ma sappiamo anche quanto la memoria possa essere selettiva, quanto il tempo trasformi le storie: per questo la nostra non è una ricostruzione definitiva, né pretende di esserlo. È un lavoro di ricerca, di confronto, di recupero. Un tentativo di mettere insieme quello che sappiamo con quello che ancora ci sfugge, di lasciare spazio alle lacune, di riconoscere che ogni nuova scoperta può cambiare la mappa che ci eravamo immaginati.

Le tracce

Tre decenni di fumetto e illustrazione attraversano molti mondi, ma anche molti modi di esistere delle immagini.

Ci sono i fogli, le tavole, i disegni conservati nei cassetti, i materiali accumulati negli anni. Ci sono le prime comunità online, DeviantArt e Flickr, quando pubblicare un’immagine significava una possibilità incredibile di scambio con lettori e altri artisti, costruire affinità e trovare un pubblico al di fuori dei canali tradizionali. Il disegno digitale, le piattaforme che si sono succedute, i social media, le immagini condivise e ripubblicate, le tracce che si moltiplicano e quelle che spariscono dentro dispositivi dimenticati, account inattivi e archivi difficili da decifrare.

Ci sono i grandi pannelli disegnati per Marvel durante gli eventi, davanti a persone unite dalla meraviglia. Ci sono le pile di libri portati alle fiere da lettrici e lettori che aspettano il loro turno, le file di chi desidera una dedica, un piccolo disegno, un incontro. Jacopo non negava a nessuno un sorriso. In quei gesti c’era qualcosa che nessuna bibliografia può restituire da sola: la generosità con cui un’immagine poteva diventare un ricordo personale, qualcosa da portare a casa e conservare.
Tutto questo appartiene alla sua opera. Non soltanto perché ne costituisce il contesto, ma perché racconta il modo in cui Jacopo abitava il disegno: come professione e ricerca personale, come linguaggio artistico e strumento politico, come possibilità di immaginare altri corpi e altre forme di esistenza, ma anche come pratica quotidiana, incontro, scambio.

Un disegno originale può sopravvivere per decenni in un cassetto; un’immagine pubblicata online può diventare irreperibile nel giro di pochi anni. Un lavoro commissionato lascia spesso una documentazione precisa, mentre l’abbozzo di un progetto personale può essere rimasto in una cartella senza titolo. Una dedica tracciata velocemente su un libro può raccontare un incontro che non compare in nessun catalogo.
La presunta immaterialità del digitale non rende le immagini più al sicuro. Anche i file hanno bisogno di essere conservati, riconosciuti, datati, messi in relazione. Cerchiamo dunque nei cassetti e negli archivi, nei file, nei ricordi delle persone e nelle tracce lasciate in rete.

Fuori dai bordi

Jacopo ha attraversato contesti molto diversi, dall’editoria indipendente italiana al grande fumetto internazionale, dai progetti autoriali alle iniziative militanti. Il suo segno è cambiato, si è affinato, ha incontrato nuovi linguaggi e nuovi immaginari. Ma, osservando le opere nel loro insieme, emerge una continuità che va oltre lo stile e le tecniche: la necessità di interrogare il modo in cui rappresentiamo i corpi, il desiderio e le identità.

Il disegno è stato per Jacopo uno spazio di ricerca e di affermazione, un luogo in cui sperimentare possibilità che non trovavano posto nella vita quotidiana o nelle rappresentazioni dominanti. La sua identità queer non è una nota biografica da aggiungere a una carriera già compiuta: è una chiave attraverso cui leggere molte delle sue scelte, delle sue immagini e delle sue battaglie.
Dai primi disegni alle tavole realizzate per Marvel, dai lavori personali alle storie di Nomen Omen e Arcadia, dalle illustrazioni per le realtà associative ai progetti nati nella scena LGBTQIA+, i suoi corpi si sottraggono continuamente a una norma. Sono corpi che desiderano, che si trasformano, che occupano lo spazio, che possono essere vulnerabili senza perdere forza, e sensuali senza dover rispondere a un modello prestabilito. Corpi che chiedono di essere visti nella loro unicità.

Ci interessa seguire questo filo attraverso le opere, senza ridurre ogni disegno a un manifesto. L’identità di un artista non si costruisce sempre in modo consapevole o lineare. A volte i suoi tratti si manifestano prima che l’artista sappia nominarli; altre volte si nascondono in un dettaglio, in una figura ricorrente, in una scelta apparentemente secondaria.
È anche per questo che vogliamo guardare oltre le gerarchie che normalmente organizzano la storia professionale di un autore. Le grandi commissioni non sono necessariamente più rivelatrici dei disegni personali. Una tavola pubblicata da un editore internazionale e uno schizzo rimasto in un quaderno possono illuminare aspetti diversi della stessa ricerca: l’immagine realizzata per una causa politica dialoga perfettamente con la saga fantasy. Un disegno di Jacopo apparentemente lontano dalla produzione successiva può contenere già qualcosa che tornerà molti anni dopo.

Non un solo punto di vista

C’è poi una questione che riguarda direttamente noi.

Che cosa significa prendersi cura dell’opera di una persona che abbiamo conosciuto intimamente? Come si trasforma un patrimonio di ricordi, oggetti e immagini in qualcosa che possa essere condiviso con altri?
Sappiamo che la vicinanza a Jacopo ci permette di riconoscere cose che altrimenti potrebbero passare inosservate, ma sappiamo anche che non ci autorizza a parlare al posto suo. Il nostro compito è creare le condizioni perché il suo lavoro possa continuare a brillare.
Prendersi cura non vuol dire sottrarre un’opera al tempo, come se fosse possibile proteggerla da ogni trasformazione. Vuol dire piuttosto darle la possibilità di attraversarlo. In questo senso, l’archivio che stiamo costruendo non è soltanto un deposito. È un luogo vivo, un tentativo di restituire contesto alle immagini e di renderle nuovamente leggibili. Non vuole chiudere il significato delle opere in una classificazione, ma offrire strumenti per guardarle, studiarle e scoprirle.

La quest continua

Jacopo ha disegnato su carta e su schermo, per grandi editori e per piccoli progetti, ha lasciato tracce nei libri, online, nella cameretta di ragazzine e ragazzini, e nella memoria di un sacco di persone.
Non tutto potrà essere recuperato. Alcune immagini saranno perdute, alcuni ricordi resteranno frammentari, alcuni collegamenti continueranno a sfuggirci. Ma non consideriamo queste mancanze una ragione per rinunciare. Questo sito nasce per condividere il percorso, per rendere accessibili le opere che riusciamo a recuperare e lasciare aperta la possibilità che altre persone contribuiscano con immagini, documenti, testimonianze e ricordi.
La nostra quest è affettiva, perché nasce da legami che il tempo non cancella. È curatoriale, perché richiede attenzione, metodo e responsabilità. È anche politica, perché conservare e rendere visibile l’opera di un artista queer significa preservare le immagini, i desideri e le possibilità di esistenza che quelle opere hanno portato nel mondo.
Non sappiamo dove finirà questa ricerca, sappiamo solo perché è cominciata. Non ci è data la possibilità di portare le lancette dell’orologio al passato, ma possiamo permettergli di continuare a generare futuro.

Questo è il nostro modo di continuare prenderci cura di Jacopo, e di noi.

Roberto Pisano