Quello con Jacopo non è stato solo un sodalizio professionale che in quasi trent’anni ci ha visti cambiare e crescere ciascuno lungo il proprio percorso, perché ben presto lui è diventato un pilastro della mia famiglia acquisita, quella che a un certo punto scegliamo. Mi manca visceralmente e finisco per ritrovarmelo davanti in vecchie foto ridicole, vecchi messaggi che saltano fuori senza preavviso, canzoni che non posso più ascoltare senza pensare a lui, disegni, storie, notifiche inattese che hanno il sapore di un incantesimo cyberpunk. D’altra parte, Jac si è sempre portato appresso una certa dose di magia. E quella magia è tuttora tra noi.
Una malia che potete senz’altro percepire tra le pagine spassosissime di questo volume che raccoglie una piccola e rilevante parte della sua produzione per la Casa delle Idee, ma fidatevi quando vi dico che queste storie a fumetti rendono conto solo in minima parte del suo personalissimo approccio all’arte, alle storie e alla vita.
Per processo e pratica, il lavoro di Jacopo ha sempre trasceso l’ambito del fumetto di per sé o più in generale il lavoro sull’immagine che sottende una narrazione sequenziale. Un aspetto centrale, forse la chiave per decrittare tutta la sua opera, è la curiosità, ossia la capacità di farsi ispirare, influenzare e contaminare da ambiti estremamente diversi e semanticamente lontani tra loro. Un motore onnivoro che ha dato spinta propulsiva alla sua ricerca sin dagli esordi.
Ho conosciuto per la prima volta Jacopo alla fine degli anni ’90, nel corso di una delle prime fiere di fumetto alle quali partecipavo come addetto ai lavori. Era già molto attivo sulla scena indie della sua Bologna e già si parlava di una sua storia “ufficiale” di Lupin III benedetta niente meno che ha Monkey Punch in persona. E questo è già un primo indizio, perché Jacopo è stato uno dei primi artisti occidentali a farsi influenzare esplicitamente e orgogliosamente dal linguaggio dei manga, degli anime e dei video games, facendo emergere un altro carattere fondativo del suo lavoro: la sfrontatezza. Quella di Jacopo è sempre stata un’arte senza paura, forse proprio perché alimentata dalla curiosità di cui sopra. Una ricerca la sua che passava attraverso pile di artbook provenienti dal Giappone, per studiare il character design di Shinkawa, Amano, Nomura, Bengus.
Non è un caso quindi che le nostre strade professionali si siano poi incrociate per la prima volta proprio grazie ai videogiochi. All’epoca lavoravo come redattore per PSM, adattamento di un’omonima rivista americana dedicata al mondo PlayStation. Le copertine americane erano sempre illustrate da grandi disegnatori di comics: Charest, Madureira, Campbell, Hughes, cose così. A un certo punto decidemmo di dare al magazine un carattere più “made in Italy”, commissionando illustrazioni di cover ad autori italiani e ad aprire le danze fu proprio Jacopo, con una memorabile copertina dedicata a Cool Boarders, pubblicata sul numero 21 del dicembre 1999. E qui aggiungo un aneddoto che aiuta a capire meglio chi fosse Jacopo: un paio d’anni fa mi invitò a casa sua per prendere un tè (che si sarebbe presto trasformato in un aperitivo). Dopo le immancabili chiacchiere e gossip sul mondo del fumetto, del cinema e di tutto quello che c’è in mezzo, mi disse con fare misterioso: “Ho una cosa da darti.”. Sparì per qualche istante, rientrò nella stanza e sghignazzando mi mise sotto al naso l’artwork originale di quella copertina. Non c’è nessuna cosa al mondo a cui tenga di più.
E arriviamo al terzo connotato di Jacopo: la generosità. Che non è solo regalare un disegno a un vecchio amico, ma significa mettere il proprio talento a disposizione di un progetto che si apprezza e si sostiene, a prescindere dagli immediati ritorni concreti, senza compromessi. Jacopo non si è tirato indietro quando gli ho proposto di collaborare al lancio di un brand di abbigliamento tecnico per gamers, di disegnare una scena per un concept di serie tv di ambientazione storica o quando c’è stato da inventare le divise di una squadra di pallavolo immaginaria.
È mettendo insieme curiosità, sfrontatezza e generosità che emerge quel profilo d’artista e di essere umano che rende così dolorosa la sua assenza, tenendo conto che questo stato di “creatività permanente” era sostenuto da inesauribile leggerezza e ironia. Fino alla fine.
Con la sua capacità di affabulare e risolvere, Jacopo incarna una variante non prevista del trickster di Joseph Campbell, tradendo l’archetipo per rivelarsi un god of mischief, un Loki, un Taranis sempre in grado di sorprenderci, ma anche sostenerci. Come ogni dio che si rispetti, questo lo rende immortale. Non c’è da stupirsi quindi se a noi, qui sulla terra, manca da morire.
See you, space monkey.
Diego Malara